ralph lauren footwear UNA RIVOLUZIONE PUO’ ESSERE FIGLIA SOLO DELLA CULTURA E DELLE IDEE

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discorso, pronunciato nell’ Aula Magna dell’ Universit Centrale del Venezuela, ha per me un significato speciale. Lo pronunciai appena un mese e mezzo fa, il 3 febbraio 1999.

so quanti mortali avranno vissuto un’ esperienza cos singolare ed unica come quella che vissi quel pomeriggio.

24 ore prima, un nuovo e giovane Presidente, dopo una straordinaria vittoria politica, appoggiato da un mare di gente, aveva preso possesso del suo incarico. A seguito della mia visita in quel paese, effettuata a tale scopo, le autorit e gli studenti della suddetta universit si impegnarono perch io dessi quella che fu definita una conferenza magistrale, il cui solo aggettivo suscita imbarazzo ed angoscia, in special modo in coloro che come me non sono accademici n hanno appreso altra professione se non quella di usare le parole per trasmettere con stile e modi propri ci che pensiamo.

Vinta la mia eterna resistenza a tali avventure, mi avvicinai all’ impegno, sempre rischioso e delicato per chi, con carattere di invitato ufficiale, visita un paese in piena effervescenza politica. Mi obbligava, inoltre, irremissibilmente, l’ eterna solidariet verso Cuba di coloro che mi invitavano alla conferenza. Ero gi stato l una volta e lo ricordavo bene. Sentivo come se mi incontrassi con le stesse persone.

proprio quando stavo per partire verso l’ Universit mi venne in mente un ricordo: il tempo passa e non ce ne rendiamo conto.

passati esattamente quarant’ anni e dieci giorni da quando, il 24 gennaio del 1959, ebbi il privilegio di parlare agli studenti in quella stessa imponente Aula Magna della combattiva e prestigiosa Universit venezuelana. Un giorno prima, il 23 gennaio dello stesso anno, ero arrivato in Venezuela. Si commemorava il primo anniversario del trionfo popolare contro un governo militare autoritario. Erano passate solo tre settimane dal nostro trionfo rivoluzionario il Primo Gennaio del 1959. Un’ enorme moltitudine di persone mi aspett all’ aeroporto e mi circond dappertutto durante i giorni che trascorsi l Nulla era diverso dall’ esperienza vissuta nella mia propria Patria.

di ricordare con la maggiore esattezza possibile ci che avveniva dentro di me. Quante idee, sensazioni, emozioni, si mescolavano, nate dalla mente e dal cuore !Per quel vortice di ricordi, posso affidarmi pi alla logica che alla memoria.

avevo 32 anni. Partendo da 7 fucili avevamo vinto in 24 mesi e 13 giorni una forza di 80 mila uomini, riuniti successivamente al grande rovescio del nostro distaccamento di 82 uomini, tre giorni dopo il nostro sbarco, il 2 dicembre del 1956.

di idee e di sogni, ma ancora estremamente inesperti, partecipammo quel 23 gennaio ad una gigantesca manifestazione che si tenne nella Piazza del Silenzio. Il giorno seguente visitammo l’ Universit tradizionale bastione dell’ intelligenza, della ribellione e della lotta del popolo venezuelano. Io stesso mi sentivo come uno studente uscito da poco dalle aule universitarie, erano appena 8 anni, di cui quasi 7 impiegati, dal meschino colpo di stato del 10 marzo del 1952, nella preparazione della rivolta armata, la prigione, l’ esilio, il ritorno e la vittoriosa guerra, senza aver mai perso il contatto con gli studenti del nostro pi alto centro docente.

quell’ occasione parlai ai professori e agli studenti della liberazione dei popoli oppressi della Nostra America. Adesso tornavo con la stessa febbre rivoluzionaria di allora, e con l’ esperienza accumulata in 40 anni di epica lotta combattuta dal nostro popolo contro la potenza pi grande ed egoista che sia mai esistita.

di fronte a me si presentava una grande sfida. I professori e gli studenti erano diversi; il Venezuela, diverso; il mondo, diverso. Come avrebbero pensato quei giovani? Quali sarebbero state le loro attuali inquietudini ? Fino a che punto condividevano o dissentivano dall’ attuale processo ? Fino a che punto erano coscienti dell’ oggettiva situazione del mondo e del loro paese ? Avevo accettato il gentile ed amichevole invito, due giorni prima, appena arrivato in Venezuela. Non ebbi neppure il tempo di informarmi con pi precisione. Cosa gli sarebbe interessato ? Di cosa gli avrei parlato ? Con che grado di libert poteva farlo un invitato al cambio di governo, obbligato com’ era, dal pi elementare senso del rispetto per la sovranit e l’ orgoglio del paese che aveva iniziato le nostre lotte indipendentiste, a non intromettersi nei loro affari interni ? Come si sarebbero interpretate le mie parole nei pi diversi ceti sociali, istituzioni e partiti politici ? Tuttavia, non avevo altra alternativa se non parlargli, e dovevo farlo in tutta onest

alcuni dati nella memoria, quattro o cinque fogli di riferimento che inevitabilmente dovevano essere trascritti per citarli con esattezza, e tre o quattro idee di base, mi diressi coraggiosamente all’ incontro con gli studenti. Mi avevano chiesto di realizzare l’ incontro all’ aperto per disporre di pi spazio. Insistetti sulla convenienza di farlo al coperto, nell’ Aula Magna, in quanto luogo pi idoneo a mio giudizio per l’ interscambio e la riflessione.

al campus, di fronte a giganteschi schermi, vidi migliaia di sedie in diversi spazi aperti, pieni zeppi di studenti che desideravano assistere alla conferenza. I 2800 posti dell’ Aula Magna erano occupati. Inizi la difficile prova. Parlai in assoluta franchezza e, al tempo stesso, nel pieno rispetto delle norme che consideravo mio dovere rispettare. Espressi, in sintesi, le mie idee essenziali: ci che penso della globalizzazione neoliberale; l’ assurdit a livello sociale ed ecologico, dell’ ordine economico imposto all’ umanit l’ origine di quest’ ultimo, progettato per gli interessi dell’ imperialismo e spinto dall’ avanzata delle forze produttive e dallo sviluppo accelerato della scienza e della tecnica; il suo carattere temporale e la sua inevitabile scomparsa per la legge della storia; l’ inganno al mondo e gli inconcepibili privilegi usurpati dagli Stati Uniti; enfasi speciale sul valore delle idee; immoralit ed incertezza dei teorici del sistema; tattiche e strategie di lotta; probabile corso degli avvenimenti; piena fiducia nella capacit umana a sopravvivere.

di aneddoti, storie, riferimenti microautobiografici che nascevano spontaneamente nel corso delle riflessioni,
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fu questa la conferenza per nulla magistrale con cui risposi a quell’ invito. Esposi, con il calore, la devozione di sempre ed una convinzione pi profonda che mai, le idee che sostengo con freddo e riflessivo fanatismo. Come combattente che non smise neppure un minuto di lottare, in un periodo prolungato che trascorse dal 1959 al 1999, avevo avuto il raro privilegio di riunirmi in un’ Universit storica e prestigiosa con due diverse generazioni di studenti in due mondi radicalmente diversi. Entrambe le volte fui ricevuto con lo stesso calore e rispetto.

essere gi assuefatto a tutte le emozioni vissute, ma non lo ero.

le ore. Alla fine dell’ incontro gli promisi che fra quarant’ anni, quando ci saremmo riuniti di nuovo, sarei stato pi breve. Di quell’ entusiasta e combattiva moltitudine, molti rimasero al loro posto attenti ed interessati fino alla fine. Alcuni andarono via, forse era gi troppo tardi. Non dimenticher mai quell’ incontro.

Non ho con me un discorso scritto, purtroppo (Risate), ma ho portato alcuni appunti che mi sembravano utili per precisare meglio, e, nonostante tutto, che sfortuna (Risate), scopro che mi mancava un fascicolo che avevo letto con cura, sottolineato, ripassato e che rimasto in albergo (Risate e applausi). L’ ho mandato a prendere, spero che arrivi, perch l’ altro, che una copia, non sottolineato.

Devo almeno rivolgermi in maniera formale al nostro pubblico, vero ? (Risate). Non far un lungo elenco dei tanti e cari amici che sono qui (Qualcuno del pubblico dice: “qui non si sente” !). Beh, la voce non mi arriva fin l (Risate e applausi), perch se grido.

Pensavo che qui ci fossero dei microfoni migliori (Risate).

Chi sono coloro che l non sentono ? Che alzino la mano (Alzano la mano). Se non si risolve il problema, li possiamo invitare a sedersi qui o dove possano sentire meglio (Applausi).

Comunque cercher di avvicinarmi ancora di pi a questo piccolo microfono, ma consentitemi di iniziare come dovuto.

Care amiche e amici (Applausi):

oggi, 3 febbraio, si compiono 40 anni e 10 giorni dalla mia visita a questa universit dove ci riunimmo in questo stesso luogo. Senza il drammatismo delle ultime novelas, sento, come voi comprenderete, un po’ di emozione, di fronte al fatto impensabile in quel momento che un giorno, dopo tanti anni, sarei ritornato in questo luogo.

Alcune settimane fa, a Santiago de Cuba, il Primo Gennaio 1999, commemorando il 40 anniversario del trionfo della Rivoluzione, dallo stesso balcone, dello stesso edificio da dove parlai quella volta, il Primo Gennaio 1959, riflettevo con il pubblico l riunito, che il popolo di oggi non era lo stesso di allora, perch degli 11 milioni di connazionali che siamo attualmente, 7.190.000 erano nati dopo quel giorno. Erano due diversi popoli, e tuttavia, il medesimo eterno popolo di Cuba.

anche che la maggior parte di coloro che allora avevano 50 anni, non erano pi con noi, e coloro che erano bambini adesso avevano pi di 40 anni.

quanti cambiamenti, quante differenze, e il senso che aveva per noi pensare che l c’era il popolo che inizi una rivoluzione profonda quando era praticamente analfabeta, quando il 30 % degli adulti non sapeva n leggere n scrivere e quando forse un 50 % non avrebbe raggiunto la quinta elementare. Forse meno; secondo un calcolo, in una popolazione di quasi 7 milioni di abitanti, coloro che avevano superato la quinta elementare non raggiungevano le 250.000 persone, ed oggi i soli laureati universitari raggiungono i 600.000, e tra professori e maestri la cifra raggiunge quasi i 300.000.

Dicevo ai miei connazionali, in onore al popolo che 40 anni fa aveva raggiunto il suo primo grande trionfo, nonostante la sua enorme arretratezza scolastica, che era stato capace di portare a termine e difendere una straordinaria impresa rivoluzionaria. Qualcosa di pi possibile che il livello di cultura politica fosse perfino inferiore al livello d’istruzione. Erano i tempi del feroce anticomunismo, gli ultimi anni del macartismo, quando con tutti i mezzi possibili quel vicino potente e imperialista aveva cercato di inculcare nel nostro nobile popolo tutti i possibili pregiudizi e menzogne, a tal punto che spesso incontrando un comune cittadino gli facevo alcune domande: Gli chiedevo se non gli sembrava giusto organizzare una riforma agraria; se non era giusto che le famiglie fossero un giorno proprietarie delle loro case, per le quali a volte pagavano ai grandi proprietari immobiliari perfino la met dei propri salari; se non gli sembrava corretto che quelle banche dov’era depositato il denaro dei cittadini, invece di essere propriet di enti privati, fossero propriet del popolo per finanziare con tali risorse lo sviluppo del paese; se quelle grandi fabbriche, per lo pi straniere ed alcune anche nazionali, fossero del popolo e producessero per il benessere del popolo; potevo fargli dieci, quindici domande dello stesso tipo e la risposta era assolutamente favorevole: “S sarebbe fantastico.”

se tutti quei grandi magazzini commerciali e tutti quei ghiotti affari che arricchivano solo i loro pochi privilegiati padroni fossero stati del popolo, per arricchire solo il popolo, saresti d’ accordo ? “S s rispondeva immediatamente. Era d’ accordo

al cento per cento su ognuna di quelle semplici proposte. E quando allora gli domandavo: Saresti d’ accordo con il socialismo ? (Applausi) Risposta: “Socialismo ? No, no, no, con il socialismo no”. Erano tali i pregiudizi. E questo senza parlare del comunismo che era una parola ancora pi terrorizzante.
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